Dopo mesi, torno sul luogo del delitto. Dove il delitto è cominciare un’escursione sul monte La Meta fermandosi però a metà strada.
Non sono più solo: ho convinto mio fratello e due amici a fare con me questa escursione, e la cosa mi fa felice. Andare in montagna da soli è bello, senza dubbio… ma avere qualcuno con cui condividere le emozioni, anche senza esprimerle apertamente, e con cui, per così dire, “sincronizzare i ritmi” della camminata (e in generale della giornata) è qualcosa che dà tutto un altro sapore.
Riusciamo a riunirci e a partire abbastanza presto, e il viaggio fino a Pizzone fila liscio, baciato dalla luce calda del Sole che sorge. Attacchiamo la strada che porta al rifugio Campitelli e, fatti due o tre tornanti dei venti previsti, la Valle Fiorita ci saluta con uno spettacolo inconsueto: una volpe fa colazione proprio in mezzo alla strada, incurante di una macchina che scende dal rifugio e di noi che saliamo in senso inverso. Ci fermiamo, sia noi che loro, e cominciamo a fotografarla, mentre lei prima continua imperterrita ad addentare la carcassa pelosa sulla mezzeria, poi stufa delle nostre attenzioni si mette quasi in posa, cercando di intimorirci piantata sulle quattro zampe ma nello stesso tempo girando su se stessa per evitare sorprese alle spalle. Il succo della scena sembra essere: “la strada è mia, come il bosco e tutta la montagna. Gli intrusi, l’incontro bizzarro e inatteso, siete voi”. Alla fine, però, si allontana rassegnata e un po’ contrariata tra gli sterpi nel margine della strada, e la lasciamo in pace. Comincia proprio bene!
Alle 8.30 siamo già sul sentiero; il rifugio è chiuso, ma non deserto: una manciata di altri escursionisti sta partendo con noi, e nel grande prato verde, ai piedi della faggeta, delle tende chiassose denunciano la presenza di un gruppo di giovani scout. “Buono a sapersi, qui si può campeggiare in pace”, penso io. Il sentiero si inoltra nel folto del bosco, le cui folte chiome sono di un bel verde acceso sui tronchi argentati; il terreno è però sempre coperto di foglie rugginose, e non c’è erba ma pietre bianche e terra umida sotto gli scarponi. Il sentiero inizia ampio e ben tracciato, praticamente una carrareccia, e si inerpica dolcemente tra i tronchi nel silenzio irreale e magico, rotto soltanto dai canti degli uccelli e dalle nostre chiacchiere.
La salita fino al limitare nel bosco non presenta difficoltà, se si segue il sentiero; ripensando a quanto poco ci misi a farmi venire le vesciche, l’altra volta…! La fatica si fa sentire ogni tanto, ma ci sproniamo l’uno con l’altro e il tempo passa in fretta. Arriviamo alla radura, in vista della cima, e ai “fortini” dei briganti, tutto sommato nei tempi previsti; approfittiamo per riprendere fiato e scattare qualche foto, fingendo di ignorare le nuvole bianche che vanno ad addensarsi nel cielo.
Il posto sembra deserto; l’erba è bassa e qua e là spuntano pannocchie di fiori gialli; in certi tratti il sentiero, largo un piede, è quasi soffocato dalle foglie di piccoli cardi spinosi, anche se non tanto da creare problemi ad avanzare. Si continua a salire, e la figura della Meta si fa sempre più alta e minacciosa: cerchiamo di capire qual è la nostra altitudine, e quanto dovremo salire ancora per la cima. Ormai è giorno pieno, e il Sole comincia a farsi sentire e a prosciugare le nostre forze, tanto che già al Passo dei Monaci, dove il sentiero si fa pianeggiante prima di giungere all’attacco della via per la Cima, siamo abbastanza stremati. Giunti alla sella, vediamo l’altra valle, con il sentiero per la località Le Forme, e più giù la “civiltà” con i suoi paesini e strade. Il panorama viene via via nascosto da nuvole e nebbie che vengono portate su da un vento freddo e forte, tanto che decido di mettere il maglione di pile sopra la magliettina che porto. Faccio poche foto, rimetto in spalla lo zaino e ricomincio a incamminarmi: gli altri hanno ragione, se non ci sbrighiamo, potremmo venir raggiunti dalle nuvole e magari anche da pioggia o temporale.
Faccio pochi metri, e d’un tratto sento le inconfondibili note di “Bright Size Life”: ma chi è che mi chiama proprio adesso? Cos’avrà da dirmi di tanto urgente? E perché non mi ha chiamato cinque minuti fa, che lo zaino era ancora aperto a terra e non dovevo rovistarlo da cima a fondo per trovare il telefonino? E soprattutto: come fa a squillare il telefonino, che non c’è campo?
Solo una risposta può essere data a queste domande epocali: è mamma!
Prendo nota sorridendo che dovrò portare due boccioni d’olio ad Albacina quando andrò su, e mi metto di nuovo in cammino. Il sentiero attraversa una frana di grossi sassi bianchi, e poi risale su una sella verde, sulla quale sta pascolando un folto gregge di capre, che si arrampica su quello che, scopro con orrore, è il sentiero che porta alla cima.
Non è un vero e proprio sentiero, piuttosto una ripida salita ricoperta di bassa erba, che le capre brucano con tutta calma. Le osservo, e noto un particolare: le capre cesellano quasi l’erbetta, evitando con cura maniacale il più piccolo fiore che passi vicino alle loro labbra. Mi chiedo se siano velenosi, e in tal caso come facciano le capre a saperlo; e come riescano ad essere così precise con le labbra, pur non vedendo dove si posano e cosa addentano con le loro bocche. Mi sembra però una prova stupefacente di armonia della natura: in qualche modo le capre sanno che non devono mangiare i fiori, per evitare che il loro pascolo muoia; e l’erba sa che le capre mangeranno le sue foglie, ma lasceranno in pace, liberi di riprodursi, i suoi fiori. Se anche noi imparassimo dalle capre a gestire le risorse naturali!
Finito il momento “Quark”, inizia il momento “Golgotha”, ovvero il periodo in cui penso che non vale la pena, che non ce la faccio più, che non ho più la forza e soprattutto non ho più un motivo per andare avanti, se non il fatto che i miei amici stanno ancora salendo, che il pastore rumeno se la sta ridendo sotto i baffi vedendomi arrancare, che non ho fatto tutta questa salita per sdraiarmi sfinito in compagnia delle capre, e che prima o poi la salita finirà e potrò godermi quei preziosi attimi nei quali potrò dire a me stesso “ce l’ho fatta”.
Ma è lunga, e più cammino più la cima si nasconde alla vista, sovrastata dal più piccolo grumo di sassi che costella il sentiero. E più cammino e più mi sembra infinita. Essendo molto ripida, bastano pochi passi per salire di molto, è vero; ma quei pochi passi mi costringono subito a fermarmi di nuovo a rifiatare. Non vedo più i miei amici davanti a me, anche il pastore si è stufato di farmi da lepre; sono solo con le capre più avventurose a farmi compagnia. Guardo in su, solo erba e sassi; il cielo si è annuvolato e qua e là si insinua la nebbia. O forse è la mia mente ad essere annebbiata dalla fatica? Decido di cacciare un urlo ai miei amici in alto, e scopro con un tuffo al cuore che mi rispondono: alzo di nuovo gli occhi, e dalle rocce spuntano le mani dei miei compagni, e le braccia di ferro di due croci. La cima è molto più vicina di quanto credessi!
La scoperta mi dà un’improvvisa carica, a riprova che spesso è il nostro stato d’animo che determina la nostra condizione fisica; questo non significa certo che mi possa mettere a saltellare, tuttavia le ultime decine di metri sembrano più corte di quanto temessi, ed in breve, raggiungo un mio amico, che mi incita a salire con fare concitato. “Ci sono i camosci”, mi urla contro, “Sbrigati che vanno via!”
Mi chiedo se lo stia dicendo solo per spronarmi, poi penso che se fosse vero le sue urla li farebbero scappare; fatto sta che, pochi secondi dopo aver messo le suole degli scarponi sulle rocce nude della cima ed essermi sbarazzato dello zaino, sono in caccia con la fotocamera e il 300 (stavolta l’ho portato!), scrutando i dirupi.

Un gruppetto di camosci.
Sono lì, impassibili e serafici, immobili come se fossero impagliati: una trentina di camosci aggrappati alle rocce, che brucano o giocano indisturbati. Di nuovo quella sensazione di essere ospite in casa d’altri; tuttavia, non mi sento un intruso, piuttosto lo spettatore di uno spettacolo, o meglio ancora di un rito magico e sacro, che come tutti i riti prevede una ricompensa spirituale a fronte di un sacrificio fisico. Scatto raffiche di foto, come se potessi in questo modo cristallizzare e rendere perenni dei momenti che, però, resteranno veramente eterni solo nella mia anima. Pochi minuti, poi il branco ridiscende velocemente la rupe, scomparendo nello strapiombo.
Con gli amici ci scambiamo foto dai sorrisi a girorecchie, ma non possiamo stare troppo a lungo: le nuvole ci hanno raggiunti e, a valle, si sono fatte nere e compatte. Temporali. Così, raccogliamo rapidamente le nostre cose, un po’ scornati ma tutto sommato soddisfatti, e cominciamo la discesa. Li lascio andare avanti, e mi soffermo ancora per un istante tra le due croci; sale spontaneo sulle labbra un “Padre nostro”, seguito dai primi versi del Salmo 120:
Gli occhi miei sollevo ai monti
Da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene da Dio
Egli ha fatto Cielo e Terra.
* * *
La discesa è lunga ma tutto sommato tranquilla; comincio a sentire le vesciche ai talloni e un certo fastidio al ginocchio sinistro, ma più di tutto è l’incombenza di scendere frettolosamente, senza nemmeno uno spuntino mentre è passata da un pezzo l’ora di pranzo, che più mi infastidisce. Il gruppo si sgrana di nuovo: chi può avanza rapidamente, chi non può si attarda, chi sta in mezzo sceglie con chi stare. Non c’è pericolo di perdersi, né di farsi male: il pericolo maggiore è quello di rimanere allo scoperto quando scoppia il temporale. Però, più passa il tempo e più le nuvole si diradano, tanto che sul manto erboso che ricopre i “fortini” brilla di nuovo il Sole nel cielo azzurro: il temporale si è scaricato nella valle del Sangro, sulla quale si vedono cupi nuvoloni neri, e ci ha risparmiato.
Uno per volta ci riuniamo al limitare del bosco, e finalmente, sotto una giornata di nuovo splendente, consumiamo i nostri panini e la poca acqua rimasta nelle nostre borracce; facciamo foto, chiacchieriamo e prendiamo il sole straiati sull’erba o seduti sui massi. Una vera, allegra scampagnata, a 1700 metri di quota, dopodiché, in un tempo relativamente breve, arriviamo stanchi e assetati al rifugio Campitelli. Mi ricordo dell’abbeveratoio che vidi l’altra volta, quando sbagliai fantozzianamente a imboccare il sentiero, e ci andiamo a godere l’acqua ghiacciata che scende copiosa dalle montagne, prima di ripartire stremati ma eccitati verso casa, con nel cuore l’insegnamento della montagna:
Ci sono fatiche che vale la pena di fare, e dolori che vale la pena di sopportare;
ci sono paure che si rivelano infondate e errori che si rivelano provvidenziali.
Ci sono amici che ti spronano ad avanzare,
altri che devi fermarti ad aspettare.
E non è detto che una meta che non vedi sia irraggiungibile,
né che sia troppo lontana per le tue forze.
Continua a camminare.