La tana del mostro…

Poche idee ma confuse. Il primo blog che non ha niente da dire. O no?

L’unico eroe.

Scritto da: MOnSTEr il 18 Gennaio 2012

Condivido l’articolo su La Stampa.it, e aggiungo che, a forza di vederlo (giustamente) sputtanato in mondovisione, persino Schettino comincia a farmi un po’ di pena. Perché in fondo lui ha fatto in grande quello che ognuno di noi fa quotidianamente in piccolo: da come guidiamo, a come lavoriamo, a come ci rapportiamo col prossimo, anche noi rischiamo di fare un giorno la “cappellata epocale e irrimediabile”, vuoi per incompetenza, vuoi per spavalderia. E qualora ci succedesse, non faremmo altro che cercare il modo di salvarci le natiche e qualcuno su cui scaricare le responsabilità.

Quel giorno è arrivato per lui, e tutti possono scaricarsi la coscienza tirandogli verdura marcia più o meno virtuale. Mi auguro che non arrivi anche per noi altri… o che, se dovesse accadere, ci riservino un po’ più di umana compassione.

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Ma dov’è lo scandalo?

Scritto da: MOnSTEr il 14 Gennaio 2012

Pipì sui guerriglieri, rabbia dei talebani e inchiesta dei marines.

Scoperto in rete un video nel quale i Marines americani si pavoneggiano davanti ai cadaveri di alcuni afghani, che si presume siano guerriglieri taliban, e orinano (o fingono di farlo, non è ben chiaro) su di essi.

Tutta l’opinione pubblica mondiale grida allo scandalo, e i Marines finiranno sicuramente davanti alla corte marziale per il loro comportamento “non compatibile con i valori del Corpo dei Marines”. Nessuno si interroga sul fatto che, prima di pisciarci sopra, questi tizi li hanno ammazzati. Il che, evidentemente, rientra tra i valori del Corpo (esiste per questo, dopotutto), e dell’opinione pubblica mondiale.

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Oscurantismo.

Scritto da: MOnSTEr il 1 Dicembre 2011

Ma se penso:

  • che sia idiota (oltre che orrendo) pagare lautamente un medico per farti ammazzare, specie quando il buon Dio non ti ha dato una malattia dolorosa e invalidante da sopportare, ma al contrario ti ha dato un’intelligenza lucida e un buon tenore di vita;
  • che sia segno di rincretinimento, specie parlando di persone che si dicono di sinistra, spacciare questo gesto come un atto di coraggio e una lezione di vita;
  • e che sia incivile e segno di imbarbarimento sociale spacciare la legalizzazione di questa possibilità come una conquista di civiltà…

… mi becco del bacchettone retrogrado oscurantista servo del Vaticano e di Giovanardi?

A me tutto questo rattrista. Rattrista vedere persone intelligenti, colte, anche agiate (perché no), addirittura in buona salute, che si lasciano uccidere dal maledetto mondo senza ideali né speranze che abbiamo creato a nostra immagine e somiglianza. E, a un anno da quando Mario Monicelli cercò invano di volare, e dopo che chissà quante altre persone più sensibili e profonde (proprio quelle di cui c’è più bisogno per cambiare il mondo e renderlo più umano) se ne sono andate sbattendo la porta in faccia ai loro amici (ché agli altri poco o nulla cale), sentire che il problema è se legalizzare o meno il suicidio assistito mi fa vomitare.

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Chi ha bisogno di infiltrati?

Scritto da: MOnSTEr il 17 Ottobre 2011

Sabato 15 ottobre, manifestazione mondiale degli “indignados” contro la crisi e le cricche che ce la stanno ritorcendo contro. Indeciso fino all’ultimo se andare o non andare, alla fine mi decido e vado.

La metro non ferma a Cavour, quindi sono costretto a scendere a Termini. La cosa mi mette un po’ di inquietudine, considerando che chiudere qualche fermata di metropolitana non è proprio una cosa banale, a Roma; ma mi tranquillizzo pensando che probabilmente è previsto un afflusso molto consistente.

Chissà perché finisco sempre nello spezzone della sinistra comunista, alle manifestazioni… poco male, finora non mi ha mai dato fastidio più di tanto la cosa. Chiamo il mio collega per sapere dov’è, e concordiamo di vederci a S. Giovanni come al solito.

Mi incammino per via Cavour e, pur se di fretta, osservo gli slogan sugli striscioni. Una manifestazione come tante altre, penso, ma c’è tanta gente. Bene.

Più avanti le cose cambiano. Noto le prime auto con i vetri fracassati. Non mi piace. Non tanto per la paura (il corteo sembra tranquillo), quanto il pensiero che chi ha fatto quei danni si fa scudo dei protestatori pacifici e li danneggia. Oltre al fatto che, non importa chi sia il proprietario della Jaguar sfondata, non è giusto. Mi interrogo se, con la mia presenza, sto avallando in qualche modo questa barbarie, ma giusto il tempo di arrivare al piazzale dove si trova la fermata Cavour della metro e non vedo l’ora di andarmene. Un’agenzia di viaggi completamente devastata (me la ricordo, molti anni fa era nostra cliente). Vetri dappertutto. E il corteo bloccato e insaccato nella via, senza andare né avanti né indietro. Mi chiama il collega: “guarda che a S. Giovanni sta succedendo un casino, non venire. Noi stiamo andando via”.

Non voglio assolutamente trovarmi nei casini, e non solo per la comprensibile paura. Mi rode. Questi bastardi stanno distruggendo l’unica possibilità di dare un colpo alla cricca, oltre che devastando uno dei posti più belli di Roma. Non voglio assolutamente che questi fascisti (ché questo sono) mi rappresentino.

Decido di lasciare il corteo, e scendo la scalinata che porta al piazzale dove c’è la fermata della metropolitana. La fermata è ancora chiusa, come mi aspettavo, ma noto con dispiacere che l’uscita dal piazzale è completamente sbarrata dalle camionette di una pattuglia della Polizia. Mi avvicino a un crocchio, dove alcune persone stanno discutendo animatamente ma pacificamente con le guardie.

“Fateci passare!” urlano, e l’impassibilità delle guardie è quasi sconcertante. Hanno ordine di presidiare lo spiazzo e impedire che dal corteo si stacchino gruppi di persone. Da un certo punto di vista li comprendo, se eventuali facinorosi debordassero nelle viuzze del centro, non si potrebbero controllare più. Però, con quello che ho sentito e sento ancora, (scoppi di petardi e altri botti) penso come gli altri che, se scoppiasse il panico nelle strade sopra, e la gente si riversasse nel piazzale chiuso, finiremmo tutti schiacciati contro le camionette. Le signore che stanno trattando con le guardie usano anche questo argomento, oltre al fatto che alcune persone dicono di abitare a pochi metri da lì e vogliono tornare a casa. Dopo una decina di minuti di trattative, i poliziotti acconsentono alla fine a far passare alla spicciolata tutte le persone che si sono ammassate lì, compresa qualche bicicletta. Una delle camionette si sposta quanto basta per farci passare in fila indiana, e ne approfitto prima che cambino idea.

Potrei tornare a prendere la metro a Repubblica, che è più vicina, ma il timore di trovare teppisti anche lì mi fa dirottare verso il Circo Massimo.

Dopo una lunga passeggiata che mi ha portato al Quirinale, poi Fontana di Trevi, poi a Via del Corso e da lì a Piazza Venezia, al Campidoglio e poi al Foro Romano (dove finalmente riesco a vedere la Chiesa di S. Teodoro, aperta per un battesimo), costeggio tutto il Circo Massimo fino ad arrivare alla fermata della metropolitana. Lì scopro che il corteo è stato deviato in direzione della Piramide, incontrando la marea umana che sfila con calma ma anche con una tensione palpabile. Non mi unisco al corteo, ormai ho già deciso di tornare a casa.

* * *

Fin qui la fredda cronaca. Più tardi riesco a vedere le immagini degli scontri, causati da gente venuta dal nulla, che con determinazione e anche una dose di tattica “militare” sbuca dalla folla, si organizza in un attimo mettendo quella “divisa” nera che la contraddistingue, spacca quello che può e poi si mimetizza nuovamente nella folla. O meglio ci prova, perché a quanto pare il corteo ha cercato con ogni mezzo di rigettarli, di isolarli e persino di fermarli. Questa cosa mi dà molta speranza, perché se queste “avanguardie” avessero il supporto anche solo morale dei manifestanti tutto il movimento ne sarebbe danneggiato a morte. E invece, la folla li ha cacciati, schifati e apostrofati chiamandoli  per quello che sono, fascisti, costringendo persino Alemanno e Maroni a prendere atto che non rappresentano nessuno se non la propria stupidità.

Se c’è un motivo di speranza in questa disfatta per la democrazia, è questo.

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Scozia – appunti di viaggio

Scritto da: MOnSTEr il 15 Ottobre 2011

Impressioni sparse e disorganizzate sul mio recente viaggio in Scozia.

  • Mai preso l’aereo prima; non per paura o chissà che, come qualcuno immaginava. Emozione? Poco più di un viaggio in pullman. In entrambi i casi, ti affidi alla perizia del pilota, dei tecnici e alla tenuta del tempo, sperando che non accadano imprevisti. E mangi, più per noia che per fame: ogni tanto le hostess prendono su il carrellino e diventano spacciatrici di panini di gomma, oppure di biglietti per improbabili lotterie. Può capitare di dover sopportare tutto il viaggio un neonato che piange, oltre al continuo sottofondo dei motori, o di vedere la ragazza molto carina del sedile a fianco che con molta nonchalance, mentre smanetta su Facebook con l’iPad, si smocciola sulla sciarpetta, perdendo inesorabilmente decine di punti. Per il resto, il mondo da lassù non sembra vero… quando le nuvole lo lasciano vedere (e non scegli i posti vicini alle ali nonostante tu sia salito per primo).
  • Il commesso della ditta di autonoleggio parlava un’Inglese talmente perfetto che riuscivamo a capirci quasi senza fatica; in più, parlava qualche parola di Italiano e mostrava sincera simpatia per il nostro Paese. Era polacco.
  • La guida a destra: tutto sommato, credevo peggio: ci si abitua facilmente. La cosa più difficile è capire, quando il copilota ti dice “a destra”, se intende “svolta a destra” oppure “evita di sgrugnare lo specchietto sinistro contro i muri”. Dopo un po’ si riesce persino a non salire sui marciapiedi e a guardare dalla parte giusta quando si imboccano le (innumerevoli) rotatorie.
  • Edimburgo è una bella città, relativamente pulita e ordinata. Il colore grigio piombo la rende un po’ tetra, per non parlare del Castello che la domina dall’alto di una rupe. Anche i negozi per turisti hanno un’aria molto meno pacchiana di quelli di qualsiasi località turistica italiana. E poi c’è molto verde, e un parco con una collina da scalare proprio di fronte al Parlamento Scozzese.
  • Aberdeen fa un altro effetto: al di là del particolare, rinomato granito grigio chiaro e scintillante con cui per gran parte è costruita, appare più sporca e caotica, piena di pischelli ubriachi che caracollano per le strade e gabbiani ridotti a contendersi l’immondizia per le strade. Tale e quale Piazza dei Cinquecento.
  • Nelle città scozzesi i cimiteri fanno le veci dei parchi pubblici: ci sono panchine, viali alberati e illuminati anche di notte, vasi di fiori colorati, e si può passeggiare in un silenzio irreale, tra scoiattoli e lapidi del ’700, come noi passeggiamo tra le fontane del Bernini. Nel cimitero di Aberdeen, a mezzogiorno, le campane suonano l’Aria di Bach in modo commovente.
  • Le chiese, anche quelle molto antiche, non sembrano essere particolarmente care agli scozzesi, nemmeno da un punto di vista puramente storico: ad Edimburgo una chiesa è diventata un ritrovo con tanto di tavolini da bar sul cortile, ed ancora le è andata bene; un’altra ha sulla facciata, in bella mostra, l’insegna “Sin’s Club & Lounge”, ovvero Club del Peccato; alle finestre ad ogiva, disegni sulle vetrate a forma di fiamme. Se satana potesse vincere, lì si potrebbe dire che ha vinto. Ad Aberdeen, stessa storia: una chiesa proprio di fronte all’albergo, in pieno centro, è diventata un pub (“Slain’s Castle”, Castello dell’Ammazzato), con decorazioni a occhi di vetro, scritte insanguinate, bare e teschi; un’altra ha sull’insegna “The Priory”, Il Priorato, e non è altro che un pub. Chissà che ne farebbero delle nostre chiese dei Cappuccini… Mi consolo (si fa per dire) pensando che magari, una volta, le stesse chiese avevano ospitato cacciatori di streghe: forse non era poi tanto meglio. Le altre chiese rimaste tali sono sempre chiuse, e l’unica chiesa cattolica che abbiamo trovato si trova dietro una porticina nascosta in un cortile interno di un caseggiato, con la sua brava edicola da dove una Madonna un po’ spaesata aspetta invano qualche visitatore.
  • I castelli scozzesi sono bellissimi: a differenza di quelli italiani (per lo meno, quelli che ho visitato), mantengono pressoché intatta la struttura originaria e la distinzione dal resto del paesaggio. Nel senso che, mentre in Italia i castelli, tranne rare eccezioni, sono diventati parte integrante delle città o dei borghi medievali, in Scozia (ma anche in Inghilterra) sono posti a sé immersi nel verde della campagna o comunque separati da fossati o portali dal resto della città.
  • A proposito di castelli, o comunque di opere d’arte, un altro aspetto dà da pensare: il fatto che castelli, giardini, ville e quanto vi è contenuto all’interno non sono dello Stato ma di privati, per la maggior parte antiche famiglie nobili. Ho sempre pensato alla nobiltà ereditaria come a una ridicolaggine antistorica e illogica: il fatto che uno, per il solo fatto di essere nato da una particolare famiglia, sia “un gradino sopra” le altre persone, indipendentemente dalle opere, mi ha sempre contrariato. Però… però queste enormi residenze, veri e propri musei di storia millenaria, sono tenute con un amore e una cura che va al di là del puro e semplice interesse per il turismo. Sono tenute come cosa propria da persone che le sentono come parte della propria vita. E non sarebbero nemmeno esistite se gli avi degli attuali proprietari non avessero avuto lo stesso orgoglioso amore per l’arte, la bellezza e la storia propria e del proprio popolo. Un po’ come in Italia, e in special modo a Roma, la nobiltà e l’alto clero hanno dato al mondo e all’Italia opere d’arte immortali. A malincuore ammetto che lo Stato “democratico”, specialmente in Italia, deve ancora fare molta strada per arrivare allo stesso amore, cioè sentire come cosa propria e fonte di elevazione culturale e morale (e non solo come attrazione turistica) i beni architettonici e artistici.
  • Il tempo: la proverbiale pioggia non si è certo negata, tuttavia gli unici temporali seri li abbiamo presi in autostrada, mentre per il resto si andava al nuvoloso con squarci di sereno al grigio piovigginoso; temperature deliziose per uno che non ama il caldo afoso dell’estate romana. Ovviamente, il giorno della partenza il cielo era azzurro e completamente sgombro.
  • Una cosa che, pur sapendola, mi ha sorpreso: le giornate sono molto lunghe. Del tipo che a mezzanotte passata il cielo è chiaro come a Roma alle 21.00, e già alle 4.00 del mattino si intravede l’alba. Impressionante. Non oso immaginare come debba essere d’inverno, quando invece le ore di sole sono limitatissime.
  • Le Highland scozzesi, e più in generale le campagne: paesaggi mozzafiato, con colori intensi anche se un po’ cupi (ma sarà anche colpa del tempo piovoso). Allo stato quasi completamente selvatico, fatti salvi sporadici paesini o agglomerati di casupole, o campi disseminati di pale eoliche, o centrali nucleari. Uno di quei posti dove la vita scorre lenta e monotona tra il lavoro, la tranquillità e la sera al pub. Dei ritmi che non mi dispiacerebbero affatto…
  • Nelle Highland, a Helmsdale sul Firth of Moray, l’albergo è una specie di villa signorile dell”800 con i comfort tipici di un luogo destinato ai nobili dell’epoca, impegnati in battute di caccia nei boschi circostanti o di pesca al salmone nel fiordo.  Un posto dove le pareti sono tappezzate di corna di camoscio, con un grande salone di ritrovo ornato di animali impagliati, e un salmone di un metro o più fa bella mostra di sé su una parete, insieme con un articolo di giornale d’epoca che riporta le gesta della donna (!) che lo ha pescato. Dove, malgrado l’odore di chiuso e d’antico dei tappeti, si trovano salette accoglienti con divani d’epoca dove rilassarsi accanto al camino. A me è piaciuto molto, se non si fosse capito.
  • Il Loch Ness è molto più grande di quanto avessi mai immaginato. Il mostro non si è visto.
  • Il rapporto con i “nativi”: molto spesso non sono neanche tanto nativi, nel senso che capita di trovare la cameriera italiana o la commessa ungherese; tutti però lasciavano trasparire (almeno questa è l’impressione che ho avuto) un sincero amore per l’Italia e per la sua cultura. Oltre, naturalmente, al rammarico per la nostra situazione attuale.
  • Mangiare è una vera avventura. Al di là degli orari bizzarri dei negozi (alle sei del pomeriggio è praticamente finita la giornata), le pietanze locali lasciano molto a desiderare, almeno per chi è abituato alla varietà e al gusto della cucina italiana. I primi giorni siamo stati costretti al McDonald’s, poi abbiamo deciso di provare quello che dicono essere un piatto tipico di queste parti: il fish&chips. Che è niente più che baccalà panato e fritto, guarnito con patatine anch’esse fritte, al quale bisogna per forza aggiungere qualche tipo di salsa (maionese, ketchup e via dicendo) perché altrimenti sa di… baccalà. Un altro piatto tipico è l’haggis, che ho preso ma non mangiato perché impegnato a fare il lampione (cioè a difendermi dagli innumerevoli moscerini mannari di Helmsdale). Comunque sono interiora di agnello insaccate in budello d’agnello e, manco a dirlo, fritte. Non stupisce se dopo due giorni, supplicati dal fegato morente di salvarlo o dargli il colpo di grazia, ci siamo decisi a spendere qualcosina in più per cibo vero, da ristorante, e perché l’incontro più felice della vacanza è stato quello con il ristorante “Gennaro” di Edimburgo.
  • “Qualcosina in più” si fa per dire: la vita costa carissima, e l’usare le sterline come fossero euro non ha aiutato certo a risparmiare. Senza contare che in Scozia qualsiasi numismatico si troverebbe nel suo regno: circolano sia sterline scozzesi che sterline inglesi, e i disegni delle une e delle altre sono sempre diversi; per non parlare poi delle monete, di ogni foggia e dimensione, e decine di disegni per ogni taglio. Semplicemente pazzesco.
  • Avrei tanto desiderato comprare il kilt, ovvero il classico gonnellino scozzese, ma anche il più economico (praticamente tutto di fibra sintetica) costava un’enormità, o quanto meno troppi soldi per un “giocattolo” da usare solo per fare il cretino una volta. Un tartan completo, ovvero la coperta di lana con i disegni dei clan di cui il kilt è una derivazione “moderna”, costa come due settimane di lavoro. Sarà per la prossima volta. Kilt, calzettoni e accessori (come il borsello in pelle con code di lepre che si porta alla cintola) si vendono come abiti da cerimonia, e come quelli costano.
  • Abbiamo provato anche il “brivido” del traffico scozzese: un’ora passata in macchina, prima a fare la fila sulla statale bloccata, poi a rincorrere le deviazioni fasulle fornite dai navigatori satellitari, che immancabilmente riportano alla statale bloccata di cui sopra, solo con la fila ancora aumentata.
  • Il Mare del Nord: fa uno strano effetto, decisamente “mare d’inverno” (si stava col giubbotto in luglio), ma più pulito e selvaggio. Non ci sono bibitari, reti di beach volley e altre amenità, solo sabbia, miriadi di sassi coloratissimi come gioielli e qualche medusa spiaggiata. Malinconico. In teoria c’erano punti di avvistamento per foche, uccelli marini e altri animali, ma non li abbiamo trovati. In compenso si trovano ristorantini caratteristici, sempre puliti e con cibo tutto sommato buono.
  • Se le attrazioni turistiche non sono molte, le inventano: una “grotta del ghiaccio” vicino alla spiaggia è diventata un museo sull’antico mestiere del produttore di ghiaccio. Il cartello invita ad entrare con: “Come in, it’s cool!”, giocando sul doppio significato di “cool”, cioè “freddo” e “fico”. Simpatico.
  • Le vacanze insieme sono un ottimo test per la tenuta di un’amicizia. In una settimana l’abbiamo messa a dura prova: chi vuole l’albergo “tutto confort”, chi vuole quello storico, chi vuole il ristorante e chi il fish&chips, chi guida troppo lento, chi guida troppo veloce, chi vuole andare per negozi e chi per castelli… tensione palpabile, scatti di nervi. Poi tutto come se niente fosse. Siamo più maturi?

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Contro natura.

Scritto da: MOnSTEr il 30 Settembre 2011

Il Vescovo emerito di Grosseto Monsignor Giacomo Babini pensa che Berlusconi sia meno biasimevole di Vendola, perché perlomeno a lui piacciono le donne e non gli uomini. L’omosessualità, infatti, è contro natura. Però…

  • Coltivare la terra e allevare animali è contro natura.
  • Vestirsi, radersi o depilarsi è contro natura.
  • Praticamente tutto ciò che mangiamo è contro natura.
  • Costruire case, barche, automobili, aerei è contro natura.
  • Costruire fabbriche e uffici e passarci la vita dentro, è contro natura.

Ma tutto sommato queste sono necessità, per lo meno da quando Adamo ha deciso di privarsi del Paradiso. Però ci sono altre scelte contro natura:

  • Sposarsi e dedicare la propria vita ad una sola persona è contro natura. Ma per amore si fa.
  • Il celibato sacerdotale e il nubilato religioso sono contro natura. Ma per amore si sceglie.
  • Farsi carico di una persona malata o handicappata è contro natura. Ma per amore si fa.
  • Rischiare la pelle per opporsi alla mafia è contro natura. Ma per amore si fa.
  • Rimanere incinta senza conoscere uomo, per opera dello Spirito Santo, è contro natura. Ma per amore Maria lo fece.
  • Dare la vita ad un figlio e rimanere comunque vergine è contro natura. Ma per amore Maria lo fece.
  • Guarire la gente dalla lebbra, dalla cecità, raddrizzare gli storpi e risuscitare i morti è contro natura. Ma per amore Cristo lo ha fatto.
  • Subire torture orrende e morire sul patibolo per mano di empi è contro natura. Ma per amore Cristo lo ha fatto.
  • Perdonare chi ti sta uccidendo mentre ti sta uccidendo è contro natura. Ma per amore Cristo lo ha fatto.
  • Risuscitare dai morti ed ascendere al Cielo è contro natura. Ma per amore Cristo lo ha fatto.

Ora, può sembrare blasfemo accostare il sacrificio di Cristo e l’omosessualità; ma, a parte che infilare il Crocifisso tra le tette di una prostituta è anche più blasfemo, qual è la discriminante? Cosa c’è di diverso tra Vendola e Berlusconi? Vendola se compie atti sessuali con un uomo non lo fa per lussuria, ma per amore. Berlusconi, povero lui, non ama, e tantomeno è amato, e i suoi atti sessuali sono bestialità comprate con danaro. Perché è solo un povero vecchio, che ha solo il denaro e tutto ciò che può comprare (cit.). Quanto al Vescovo emerito, e alla pretesa di decidere chi può o non può partecipare alla Comunione, ricordo en-passant che Cristo stesso non la negò nemmeno a Giuda. E consiglio di rileggere il Vangelo:

[36] Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. [37] Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; [38] e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. [39] A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». [40] Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di’ pure». [41] «Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. [42] Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». [43] Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». [44] E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. [45] Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. [46] Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. [47] Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». [48] Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». [49] Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?». [50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!».

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Dove osano le capre.

Scritto da: MOnSTEr il 2 Agosto 2011

Dopo mesi, torno sul luogo del delitto. Dove il delitto è cominciare un’escursione sul monte La Meta fermandosi però a metà strada.
Non sono più solo: ho convinto mio fratello e due amici a fare con me questa escursione, e la cosa mi fa felice. Andare in montagna da soli è bello, senza dubbio… ma avere qualcuno con cui condividere le emozioni, anche senza esprimerle apertamente, e con cui, per così dire, “sincronizzare i ritmi” della camminata (e in generale della giornata) è qualcosa che dà tutto un altro sapore.

Riusciamo a riunirci e a partire abbastanza presto, e il viaggio fino a Pizzone fila liscio, baciato dalla luce calda del Sole che sorge. Attacchiamo la strada che porta al rifugio Campitelli e, fatti due o tre tornanti dei venti previsti, la Valle Fiorita ci saluta con uno spettacolo inconsueto: una volpe fa colazione proprio in mezzo alla strada, incurante di una macchina che scende dal rifugio e di noi che saliamo in senso inverso. Ci fermiamo, sia noi che loro, e cominciamo a fotografarla, mentre lei prima continua imperterrita ad addentare la carcassa pelosa sulla mezzeria, poi stufa delle nostre attenzioni si mette quasi in posa, cercando di intimorirci piantata sulle quattro zampe ma nello stesso tempo girando su se stessa per evitare sorprese alle spalle. Il succo della scena sembra essere: “la strada è mia, come il bosco e tutta la montagna. Gli intrusi, l’incontro bizzarro e inatteso, siete voi”. Alla fine, però,  si allontana rassegnata e un po’ contrariata tra gli sterpi nel margine della strada, e la lasciamo in pace. Comincia proprio bene!

Alle 8.30 siamo già sul sentiero; il rifugio è chiuso, ma non deserto: una manciata di altri escursionisti sta partendo con noi, e nel grande prato verde, ai piedi della faggeta, delle tende chiassose denunciano la presenza di un gruppo di giovani scout. “Buono a sapersi, qui si può campeggiare in pace”, penso io. Il sentiero si inoltra nel folto del bosco, le cui folte chiome sono di un bel verde acceso sui tronchi argentati; il terreno è però sempre coperto di foglie rugginose, e non c’è erba ma pietre bianche e terra umida sotto gli scarponi. Il sentiero inizia ampio e ben tracciato, praticamente una carrareccia, e si inerpica dolcemente tra i tronchi nel silenzio irreale e magico, rotto soltanto dai canti degli uccelli e dalle nostre chiacchiere.

La salita fino al limitare nel bosco non presenta difficoltà, se si segue il sentiero; ripensando a quanto poco ci misi a farmi venire le vesciche, l’altra volta…! La fatica si fa sentire ogni tanto, ma ci sproniamo l’uno con l’altro e il tempo passa in fretta. Arriviamo alla radura, in vista della cima, e ai “fortini” dei briganti, tutto sommato nei tempi previsti; approfittiamo per riprendere fiato e scattare qualche foto, fingendo di ignorare le nuvole bianche che vanno ad addensarsi nel cielo.

Il posto sembra deserto; l’erba è bassa e qua e là spuntano pannocchie di fiori gialli; in certi tratti il sentiero, largo un piede, è quasi soffocato dalle foglie di piccoli cardi spinosi, anche se non tanto da creare problemi ad avanzare. Si continua a salire, e la figura della Meta si fa sempre più alta  e minacciosa: cerchiamo di capire qual è la nostra altitudine, e quanto dovremo salire ancora per la cima. Ormai è giorno pieno, e il Sole comincia a farsi sentire e a prosciugare le nostre forze, tanto che già al Passo dei Monaci, dove il sentiero si fa pianeggiante prima di giungere all’attacco della via per la Cima, siamo abbastanza stremati. Giunti alla sella, vediamo l’altra valle, con il sentiero per la località Le Forme, e più giù la “civiltà” con i suoi paesini e strade. Il panorama viene via via nascosto da nuvole e nebbie che vengono portate su da un vento freddo e forte, tanto che decido di mettere il maglione di pile sopra la magliettina che porto. Faccio poche foto, rimetto in spalla lo zaino e ricomincio a incamminarmi: gli altri hanno ragione, se non ci sbrighiamo, potremmo venir raggiunti dalle nuvole e magari anche da pioggia o temporale.

Faccio pochi metri, e d’un tratto sento le inconfondibili note di “Bright Size Life”: ma chi è che mi chiama proprio adesso? Cos’avrà da dirmi di tanto urgente? E perché non mi ha chiamato cinque minuti fa, che lo zaino era ancora aperto a terra e non dovevo rovistarlo da cima a fondo per trovare il telefonino? E soprattutto: come fa a squillare il telefonino, che non c’è campo?

Solo una risposta può essere data a queste domande epocali: è mamma!

Prendo nota sorridendo che dovrò portare due boccioni d’olio ad Albacina quando andrò su, e mi metto di nuovo in cammino. Il sentiero attraversa una frana di grossi sassi bianchi, e poi risale su una sella verde, sulla quale sta pascolando un folto gregge di capre, che si arrampica su quello che, scopro con orrore, è il sentiero che porta alla cima.

Non è un vero e proprio sentiero, piuttosto una ripida salita ricoperta di bassa erba, che le capre brucano con tutta calma. Le osservo, e noto un particolare: le capre cesellano quasi l’erbetta, evitando con cura maniacale il più piccolo fiore che passi vicino alle loro labbra. Mi chiedo se siano velenosi, e in tal caso come facciano le capre a saperlo; e come riescano ad essere così precise con le labbra, pur non vedendo dove si posano e cosa addentano con le loro bocche. Mi sembra però una prova stupefacente di armonia della natura: in qualche modo le capre sanno che non devono mangiare i fiori, per evitare che il loro pascolo muoia; e l’erba sa che le capre mangeranno le sue foglie, ma lasceranno in pace, liberi di riprodursi, i suoi fiori. Se anche noi imparassimo dalle capre a gestire le risorse naturali!

Finito il momento “Quark”, inizia il momento “Golgotha”, ovvero il periodo in cui penso che non vale la pena, che non ce la faccio più, che non ho più la forza e soprattutto non ho più un motivo per andare avanti, se non il fatto che i miei amici stanno ancora salendo, che il pastore rumeno se la sta ridendo sotto i baffi vedendomi arrancare, che non ho fatto tutta questa salita per sdraiarmi sfinito in compagnia delle capre, e che prima o poi la salita finirà e potrò godermi quei preziosi attimi nei quali potrò dire a me stesso “ce l’ho fatta”.

Ma è lunga, e più cammino più la cima si nasconde alla vista, sovrastata dal più piccolo grumo di sassi che costella il sentiero. E più cammino e più mi sembra infinita. Essendo molto ripida, bastano pochi passi per salire di molto, è vero; ma quei pochi passi mi costringono subito a fermarmi di nuovo a rifiatare. Non vedo più i miei amici davanti a me, anche il pastore si è stufato di farmi da lepre; sono solo con le capre più avventurose a farmi compagnia. Guardo in su, solo erba e sassi; il cielo si è annuvolato e qua e là si insinua la nebbia. O forse è la mia mente ad essere annebbiata dalla fatica? Decido di cacciare un urlo ai miei amici in alto, e scopro con un tuffo al cuore che mi rispondono: alzo di nuovo gli occhi, e dalle rocce spuntano le mani dei miei compagni, e le braccia di ferro di due croci. La cima è molto più vicina di quanto credessi!

La scoperta mi dà un’improvvisa carica, a riprova che spesso è il nostro stato d’animo che determina la nostra condizione fisica; questo non significa certo che mi possa mettere a saltellare, tuttavia le ultime decine di metri sembrano più corte di quanto temessi, ed in breve, raggiungo un mio amico, che mi incita a salire con fare concitato. “Ci sono i camosci”, mi urla contro, “Sbrigati che vanno via!”

Mi chiedo se lo stia dicendo solo per spronarmi, poi penso che se fosse vero le sue urla li farebbero scappare; fatto sta che, pochi secondi dopo aver messo le suole degli scarponi sulle rocce nude della cima ed essermi sbarazzato dello zaino, sono in caccia con la fotocamera e il 300 (stavolta l’ho portato!), scrutando i dirupi.

Un gruppetto di camosci.

Un gruppetto di camosci.

Sono lì, impassibili e serafici, immobili come se fossero impagliati: una trentina di camosci aggrappati alle rocce, che brucano o giocano indisturbati. Di nuovo quella sensazione di essere ospite in casa d’altri; tuttavia, non mi sento un intruso, piuttosto lo spettatore di uno spettacolo, o meglio ancora di un rito magico e sacro, che come tutti i riti prevede una ricompensa spirituale a fronte di un sacrificio fisico. Scatto raffiche di foto, come se potessi in questo modo cristallizzare e rendere perenni dei momenti che, però, resteranno veramente eterni solo nella mia anima. Pochi minuti, poi il branco ridiscende velocemente la rupe, scomparendo nello strapiombo.

Con gli amici ci scambiamo foto dai sorrisi a girorecchie, ma non possiamo stare troppo a lungo: le nuvole ci hanno raggiunti e, a valle, si sono fatte nere e compatte. Temporali. Così, raccogliamo rapidamente le nostre cose, un po’ scornati ma tutto sommato soddisfatti, e cominciamo la discesa. Li lascio andare avanti, e mi soffermo ancora per un istante tra le due croci; sale spontaneo sulle labbra un “Padre nostro”, seguito dai primi versi del Salmo 120:

Gli occhi miei sollevo ai monti

Da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio aiuto viene da Dio

Egli ha fatto Cielo e Terra.

* * *

La discesa è lunga ma tutto sommato tranquilla; comincio a sentire le vesciche ai talloni e un certo fastidio al ginocchio sinistro, ma più di tutto è l’incombenza di scendere frettolosamente, senza nemmeno uno spuntino mentre è passata da un pezzo l’ora di pranzo, che più mi infastidisce. Il gruppo si sgrana di nuovo: chi può avanza rapidamente, chi non può si attarda, chi sta in mezzo sceglie con chi stare. Non c’è pericolo di perdersi, né di farsi male: il pericolo maggiore è quello di rimanere allo scoperto quando scoppia il temporale. Però, più passa il tempo e più le nuvole si diradano, tanto che sul manto erboso che ricopre i “fortini” brilla di nuovo il Sole nel cielo azzurro: il temporale si è scaricato nella valle del Sangro, sulla quale si vedono cupi nuvoloni neri, e ci ha risparmiato.

Uno per volta ci riuniamo al limitare del bosco, e finalmente, sotto una giornata di nuovo splendente, consumiamo i nostri panini e la poca acqua rimasta nelle nostre borracce; facciamo foto, chiacchieriamo e prendiamo il sole straiati sull’erba o seduti sui massi. Una vera, allegra scampagnata, a 1700 metri di quota, dopodiché, in un tempo relativamente breve, arriviamo stanchi e assetati al rifugio Campitelli. Mi ricordo dell’abbeveratoio che vidi l’altra volta, quando sbagliai fantozzianamente a imboccare il sentiero, e ci andiamo a godere l’acqua ghiacciata che scende copiosa dalle montagne, prima di ripartire stremati ma eccitati verso casa, con nel cuore l’insegnamento della montagna:

Ci sono fatiche che vale la pena di fare, e dolori che vale la pena di sopportare;

ci sono paure che si rivelano infondate e errori che si rivelano provvidenziali.

Ci sono amici che ti spronano ad avanzare,

altri che devi fermarti ad aspettare.

E non è detto che una meta che non vedi sia irraggiungibile,

né che sia troppo lontana per le tue forze.

Continua a camminare.


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Il Repulisti della Contea (2)

Scritto da: MOnSTEr il 26 Luglio 2011

(Segue dal post precedente)

«Incominciò tutto con Pustola, come lo chiamiamo noi», disse Cotton; «e incominciò appena siete partito voi, signor Frodo. Aveva delle strane idee, quel Pustola.  Voleva essere lui il proprietario di tutto, e comandare la gente. Presto si scoprì che possedeva infatti già più di quanto gli spettasse; e continuava ad accaparrare roba, e tutti si domandavano da dove prendesse i soldi: mulini e osterie, piantagioni di erba-pipa e fattorie. A quanto pare, aveva già comperato il mulino di Sabbioso prima di installarsi a Casa Baggins.
«Naturalmente incominciò con l’ereditare da suo padre un sacco di proprietà nel Decumano Sud, e pare che da tempo vendesse i migliori raccolti di erba-pipa, inviandoli di nascosto all’estero. Ma alla fine dell’anno scorso incominciò a mandar via carri interi di roba, e non soltanto di erba. Le provviste scarseggiavano e si avvicinava l’inverno. La gente era furiosa, ma lui sapeva come rispondere. Venivano continuamente Uomini, per lo più furfanti, alcuni per portare via la roba in grossi carri, altri per rimanere sul posto. E ne arrivarono sempre di più. E prima che ci accorgessimo di quel che stava succedendo, si erano installati qua e là in tutta la Contea, e tagliavano gli alberi e scavavano e si costruivano capanne e case dove e come pareva a loro. Da principio Pustola pagava i danni e la merce, ma poi loro incominciarono a comportarsi da padroni e ad impadronirsi di ciò che volevano.
«Poi ci fu chi reagì, ma non molti. Il vecchio Will, il Sindaco, andò a protestare a Casa Baggins, ma non vi giunse mai. I banditi lo presero e lo rinchiusero in una caverna a Pietraforata, ed è ancora lì. Da allora, cioè da Capodanno, non abbiamo più avuto Sindaco, e Pustola si fece chiamare Capo Guardacontea, o soltanto Capo, e incominciò a fare quel che voleva; e se qualcuno diventava, come diceva lui, “sfrontato”, faceva la stessa fine di Will. E così le cose sono andate di male in peggio. Eccetto gli Uomini, nessuno aveva roba da fumare; il Capo non tollerava che altri, all’infuori dei suoi Uomini, bevessero birra, e chiuse tutte le osterie; le uniche cose che crescevano erano le Regole, e gli Uomini andavano in giro raccogliendo tutto “per un’equa distribuzione”: il che significava che loro prendevano tutto e noi niente, salvo i rimasugli che venivano distribuiti dalle Case dei Guardacontea a quelli che riuscivano a digerirli. Di male in peggio. Ma da quando è arrivato Sharkey è stata la rovina completa».
«Chi è questo Sharkey?», domandò Merry; «ho sentito uno dei banditi parlare di lui».
«Evidentemente, il furfante più grosso di tutti», rispose Cotton.
«Era l’epoca dello scorso raccolto, verso la fine di settembre, quando ne udimmo parlare per la prima volta. Non l’abbiamo mai visto, ma sta lassù a Casa Baggins, ed è lui adesso il vero Capo. Tutti i banditi fanno quel che dice lui, e cioè soprattutto: tagliare, bruciare, distruggere; ed ora hanno incominciato anche a uccidere. Ma ormai, senza motivo. Tagliano gli alberi e li lasciano per terra, incendiano le case e non ne costruiscono altre.
«Pensate al mulino di Sabbioso. Pustola lo demolì non appena si fu insediato a Casa Baggins. Poi chiamò un branco di loschi individui a costruirne uno più grosso, e lo riempì di ruote e di aggeggi stranieri. Solo quello stupido di Ted ne fu contento e adesso lavora lì, e pulisce le ruote per far piacere agli Uomini, mentre suo padre era il Mugnaio e il padrone. L’idea di Pustola era di macinare di più e più in fretta, a sentir lui. Ha altri mulini simili. Ma per macinare ci vuole grano, e non ve n’era certo di più per il mulino nuovo che per quello vecchio. Ma da quando è arrivato Sharkey non macinano più del tutto. Stanno sempre a martellare, e fanno uscire un fumo nero e puzzolente; a Hobbiville ormai non c’è pace neanche di notte. E scaricano sudiciume per puro piacere: hanno inquinato tutto il basso corso dell’Acqua, e stanno per rovinare anche il Brandivino. Se vogliono trasformare la Contea in un deserto, ci stanno riuscendo bene. E non credo che quello stupido di un Pustola sia alla base di tutto. Io dico che è Sharkey».

Nell’Italia (e nel mondo) di oggi questo brano può considerarsi profetico: è facile l’identificazione di “Pustola” con un noto politico (l’eredità, l’accumulazione di beni all’estero, l’autonomina a capo di tutti, gli scagnozzi che lo spalleggiano, l’indifferenza per l’ambiente… dài, è facile!)

In realtà c’è un’analisi più profonda che si può fare: in effetti, Pustola stesso non è che un esecutore nemmeno del tutto volontario di azioni dettate da quella che si può chiamare “la cultura di Sharkey“. La volontà di avere, di potere, il disprezzo per il bello e della natura, l’affannosa ricerca della produzione ad ogni costo, la redristribuzione iniqua delle ricchezze, la sopraffazione prepotente… non richiamano tutte la “cultura industriale occidentale” nella quale viviamo, nelle sue varie forme e aberrazioni (capitalismo liberista, ma anche collettivismo sovietico, dittatura fascista e via dicendo)? Una cultura fatta di “ingranaggi”, meccanici ma anche umani, che girano a vuoto perché finalizzati alla produzione in sé e al profitto di pochi, e non al bene della popolazione? Una cultura che è la negazione stessa delle parole più profondamente cristiane come giustizia, solidarietà, compassione, umiltà e semplicità del cuore e quindi dei costumi?

Molti hanno visto in questo aspetto della poetica di Tolkien una nostalgia un po’ ingenua per l’era preindustriale, snobbandolo quindi come un pensiero antistorico. In realtà, c’è piuttosto una sorta di pessimismo riguardo alla capacità dell’uomo di ricercare, e quindi conoscere, qual è il proprio vero bene: non è la macchina (cioè il progresso tecnologico) ad essere il male; piuttosto è la volontà egoistica e di oppressione dell’uomo che rendono la tecnologia malvagia e capace di creare solo macchine malvagie.

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Il Repulisti della Contea

Scritto da: MOnSTEr il 26 Luglio 2011

Nella traduzione in italiano, l’originale “The Scouring of the Shire” è semplicemente “Percorrendo la Contea”; ma a me sembra più attinente, visto l’argomento, “il Repulisti della Contea” (in Inglese “scour” può voler dire sia “perlustrare” che “strigliare”). Parlo del penultimo capitolo della saga del “Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien, praticamente ignorato dalla trilogia cinematografica di Peter Jackson, anche se (o proprio perché?) riassume un po’ la “morale” che, come in ogni fiaba che si rispetti, Tolkien ha voluto comunicare con la sua opera. Una morale dalla quale potremmo, a parer mio, imparare qualcosa, come sempre accade per i capolavori.

«Dovresti vergognarti di essere immischiato in tutte queste idiozie», disse Sam. «Tu stesso preferivi l’interno di un’osteria alla facciata.  Ci andavi a tutte le ore, in servizio e fuori servizio».

«E ci andrei ancora, Sam, se potessi.  Ma non essere severo. Che cosa posso fare? Lo sai che sono diventato Guardacontea sette anni fa prima che incominciasse tutta questa storia. Era un modo per girare il paese e vedere gente, e sentire le notizie, e sapere dov’era la buona birra. Ma ora è diverso».

«Ma puoi rinunciarci, smettere di essere un Guardacontea, se non è più un lavoro rispettabile», disse Sam.

«Non è permesso», disse Robin.

«Se sento ancora ripetere non è permesso», disse Sam, «ti assicuro che mi arrabbio».

«Ti confesso che non mi dispiacerebbe», disse Robin a bassa voce. «Se ci arrabbiassimo tutti insieme potremmo ottenere qualcosa. Ma sono questi Uomini, Sam, gli Uomini del Capo. Li manda dappertutto, e se uno di noi piccoli pretende che si riconoscano i suoi diritti, lo trascinano alle Cellechiuse. Hanno preso per primo il Sindaco, il vecchio Will Piedebianco, e poi ne hanno imprigionati molti altri.  E in questi ultimi tempi le cose tendono a peggiorare. Adesso li battono spesso».

«Allora perché fai quello che ti ordinano?», disse Sam incollerito.

Gli Hobbit tornano nella Contea dopo la sconfitta di Sauron, solo per trovare il loro Paese in preda alla paura e, ancor più grave, alla rassegnazione. Ma prima ancora del vero e proprio “repulisti”, Frodo, Sam e gli altri cercano di capire le ragioni dei loro compaesani, e nello stesso tempo di indurli alla ragione. Antesignani delle lotte nonviolente? Anche. L’incitamento a ragionare con la propria testa e a disubbidire agli ordini ingiusti (in altre parole, all’obiezione di coscienza) ai “soldati” della parte avversa, non sono forse i caratteri fondamentali dello spirito nonviolento?

Tuttavia, il “repulisti” non sarà né nonviolento, né indolore: ci sarà una battaglia cruenta, una sollevazione popolare spontanea che però non mirerà all’anarchia (e alla conseguente instaurazione di un nuovo potere altrettanto tirannico), ma al ristabilimento dell’ordine e della giustizia; tanto che resta lo spiraglio aperto per la parte avversa, percepita comunque come “fratello” preda della sua stessa malvagità, e pertanto degno di pietà più che di riprovazione. Un sentimento figlio indubbiamente dell’insegnamento cristiano, anche se non portato fino alla radicalità di Cristo stesso (il quale, pur di non commettere violenza, subisce fino alla morte la violenza altrui, in un atteggiamento che molti, anche tra i cristiani stessi, scambiano con la resa di fronte al male).

«Lotho non ha mai voluto che la situazione degenerasse in questo modo. E’ stato stupido e malvagio, ma ora è preso in trappola. I banditi hanno preso il sopravvento, saccheggiando, estorcendo e maltrattando, spadroneggiando e distruggendo a loro piacere, in suo nome.  E neanche più in suo nome, fra breve. Suppongo che ora sia tenuto prigioniero a Casa Baggins, e divorato dalla paura.  Dovremo cercare di salvarlo».

«Ebbene, io sono sbalordito!», disse Pipino. «Come conclusione del nostro viaggio questa è proprio l’ultima che mi sarei attesa: dover combattere contro una specie di Orchetti e contro dei banditi nella stessa Contea… per salvare Lotho Pustola!».

«Combattere?», disse Frodo. «Suppongo che dovremo farlo. Ma ricordate: nessun Hobbit deve venire ucciso, nemmeno quelli che sono passati dall’altra parte. Intendo dire passati sul serio: non soltanto quelli che obbediscono perché hanno paura. Nessun Hobbit ne ha mai ucciso un altro intenzionalmente, nella Contea, e non è il caso di cominciare ora. E se è possibile cercate di non uccidere nessuno in assoluto.  Controllatevi sino all’ultimo!».

Gli stessi caratteri si possono riconoscere, anche senza volerli idealizzare troppo, nei movimenti della Resistenza che hanno posto fine alla II Guerra Mondiale, quegli stessi che con troppa (e sospetta) faciloneria da più parti si cerca continuamente di screditare. Se infatti, ancora oggi, il rispetto nei confronti dei “vinti” di allora non è lo stesso che Frodo chiede ai suoi compagni (il che sarebbe umanamente impossibile), è pure vero che alla fine della Resistenza le sue varie componenti accettarono una pacificazione nazionale che era ben lontana dalla “piazza pulita” che molti, anche tra i meno “facinorosi”, si aspettavano.

(Segue)

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Ferdinando

Scritto da: MOnSTEr il 14 Luglio 2011

È buio. E fa un caldo maledetto. Il sudore cola salato sulle ferite, e le fa bruciare. Ho la bava alla bocca: per l’arsura, il dolore e la rabbia. Sono furioso, e se potessi frantumerei queste pareti; ma queste pareti mi stringono tanto che non posso muovere alcun muscolo, se non quelli che fanno fremere spasmodicamente la mia pelle sanguinante.

* * *

Lo dicevano, i più anziani. Lo dicevano, ma nessuno voleva credere alle loro parole. E come si sarebbe potuto? Gli Alieni ci nutrivano, curavano le nostre malattie, qualcuno ci vezzeggiava, perfino. E quelli di noi che avevano viaggiato, raccontavano di statue, quadri, canzoni, racconti, che gli Alieni scolpivano, dipingevano, cantavano e si raccontavano tra loro; opere che parlavano di noi, raffiguravano le nostre gesta, la nostra forza e il nostro coraggio. “Gli Alieni ci venerano come dèi”, dicevano; e come non credere loro, quando alcuni degli Alieni passavano gran parte della loro vita ad accudirci? Ma gli anziani continuavano inascoltati a metterci in guardia. “Invidiosi”, li ritenevamo, e ridevamo delle loro paure. Stolti.

* * *

Cominciai ad avere qualche dubbio sulla magnanimità degli Alieni, quando conobbi Clara. Era bella, Clara, quando venne a stare con noi. Quando gli Alieni la portarono tra noi. Bella, era, e tutti noi eravamo innamorati di lei. Clara ricambiò il mio amore, un giorno; un meraviglioso, angoscioso giorno. Ci unimmo, fummo uniti per un infinito istante; e poi fummo divisi per sempre. Vennero gli Alieni e strapparono la mia carne dalla sua. Dovettero combattere, oh sì, per portarmela via; ma loro sono tanto forti nei loro intenti perversi quanto gracili nel loro aspetto. Mi legarono lontano dalla mia Clara, furibondo e impotente, e li guardavo attonito mentre pasticciavano oscenamente con il mio seme nel corpo della mia bella Clara.

* * *

Riuscii a perdonarli; mai più riuscii a fidarmi di loro. Ma le chiacchiere dei vecchi, ancora non riuscivo a crederle; nemmeno quando, uno dopo l’altro, tutti i miei amici furono portati via, ad uno ad uno, per mai più ritornare. Finché un giorno non vidi, appeso ai muri della città, quel cartello:

GRANDE SPETTACOLO QUESTA SERA:

IL GRANDE LORENZO AFFRONTERÀ IL FOCOSO FERDINANDO!

“Chi è mai questo Lorenzo?” pensai, ma era chiaro che fosse uno degli Alieni. Evidentemente molto popolare tra la sua gente, se potevano permettersi di chiamarlo per nome senza specificarne il casato: e sì che questi Alieni sono soliti vantare tutte le loro ascendenze, come se il loro valore dipendesse dalla stirpe che li ha generati e non dalle loro azioni.

Guardai perplesso quel cartello, e sebbene non avessi né voglia né necessità di incontrare questo Lorenzo, né tantomeno di affrontarlo, la raffigurazione di quell’Alieno nel suo buffo costume che danzava con me, e l’immagine di me che danzavo, ornato di festoni colorati, con questo tale, risvegliarono nel mio animo una sorta di orgoglio e vanità, tanto che per un attimo fui entusiasta di quella bella novità.

* * *

E ora, eccomi qui, in questo cubo nero ed opprimente, percosso, punzecchiato e graffiato, con quei bei festoni colorati infilzati nella carne viva. Scalcio, mi scuoto, sbuffo, ma questo mi vale solo a procurarmi nuove ferite e nuova rabbia. Uccidetemi, maledetti mostri! Perché torturarmi così?

Non mi uccidono. Li sento vociare, ridere e cantare, fuori da questo loculo atro e soffocante. Sento spetazzare una tromba: è un segnale! Di fronte a me una fessura dorata si allarga improvvisamente, e poi d’un colpo si spalanca una porta. La luce e la collera mi accecano, e mi catapulto fuori incespicando nella mia furia. Si alza sbuffando una nuvola di terriccio, che ricade sulle mie piaghe vive, aggiungendo altro dolore e altra furia.

La vista si abitua malamente alla forte luce del pomeriggio; cerco intorno a me Lorenzo oppure qualcun altro dei miei carnefici, ma nella sabbia infuocata non c’è nessuno. In alto, però, una folla di Alieni manda un grido di stupore vedendomi schizzare con tutto il fragore che posso dalla mia gabbia oscura; ma subito dopo ricomincia con il suo vocìo sommesso e insistito, rotto soltanto da risate di scherno e dallo strombazzare di una banda da quattro soldi.

Sono tutti qui apposta per me. Sono qui per divertirsi. Sono qui per vedermi morire.

Questa consapevolezza, di per sé, mi uccide. Vorrei che Lorenzo sbucasse fuori, e facesse altrettanto. E lui, improvvisamente, sbuca davvero fuori dal suo nascondiglio, mentre altri mi tengono a bada, come se avessi ancora voglia di lottare. L’Alieno si volge verso il pubblico, fa un inchino, sorride. I suoi occhi, i suoi denti brillano alla luce del sole; la sua sfrontata gioventù conquista la folla, che applaude entusiasta. I suoi scagnozzi continuano a pungermi con le loro picche; quello che ho di fronte, se provo a caricarlo, fugge per un breve tratto e mi schernisce, mentre un altro mi colpisce nuovamente alla schiena. Sono ben organizzati, e decisi nel loro volermi fare del male, mentre io sono debole e stanco, e voglio solo difendermi: decido allora di porre fine a questa meschina pantomima, e resto immobile a guardare Lorenzo.

L’Alieno prende una rosa, la porta delicatamente al naso per annusarla, poi la lancia verso la folla osannante: una Aliena la raccoglie al volo e l’annusa a sua volta, sorridendo ammiccante. Immagino con orrore che, quando tutto sarà finito, Lorenzo prenderà un lembo della mia pelle, o un brandello della mia carne, e lo offrirà alla sua dama come un fiore infilzato sullo stelo della sua spada. Mio Dio! Quale aberrante creatura corteggia con il sangue di un innocente la propria compagna? Quale creatura immonda concede il suo amore in cambio di dolore e morte?

I suoi compari si fanno da parte, pur continuando a tenermi d’occhio, e Lorenzo finalmente si gira e si dedica a me. La folla si tace, e il vento continua a scorticare le mie ferite con la sabbia. Tremo di collera e paura e stanchezza, e lo fisso mentre comincia a muoversi aggraziato e flessuoso intorno a me. Mi stuzzica, mi blandisce, si finge bersaglio e mi invita alla carica. Danza.

Ripenso alle chiacchiere dei vecchi, ai racconti eroici su qualcuno di noi che è riuscito a ferire o persino ad uccidere qualcuno degli Alieni; e a quel pensiero la mia furia si mescola alla tentazione del sangue: se dovrò morire, portare con me Lorenzo allevierà la mia pena. Ma ciò non mi rinfranca, ché anche di quei prodi che uccisero il proprio carnefice non uno è mai uscito vivo dalla contesa. Perché, dunque, combattere? Se anche riuscissi a colpire a morte Lorenzo, e liberarmi dagli altri aguzzini, ne arriverebbero in breve tempo di nuovi, e per me non ci sarà comunque scampo. “Ecco cosa farò – mi dico – starò fermo e buono, e Lorenzo e i suoi ammiratori dovranno uccidermi senza provare la minima emozione”.

Vorrei tener fede al mio proponimento, ma Lorenzo conosce il suo mestiere: è spavaldo, agile e spietato. Se sto fermo, mi gira lui intorno, infilzandomi sul dorso e costringendomi così alla reazione. Poi si ferma, improvvisamente, attendendo il mio attacco a lungo cercato, e quando la mia disperazione si veste di furia cieca, costringendomi alla carica, lui sorride sornione, in punta di piedi, quindi schiva con una piroetta l’attacco, lasciando che l’impeto si consumi nel vuoto. Ad ogni carica, ad ogni schivata, la folla ride e canta e incita Lorenzo a danzare di nuovo per loro tra le chiazze scure del fango impastato con il mio sangue.

La mia vista è sempre più annebbiata dalle lacrime e dal sudore, e la mente dal dolore e dalla furia sempre più spenta, abbandonata dalle stanche e martoriate membra. Se almeno riuscissi a morire! Dio mio! Quanto darei per crollare qui ed ora e lasciare che Lorenzo mi finisca, umiliato da una vittoria facile su un nemico inerme e remissivo; ma il mio corpo cerca, nonostante il dolore e la fatica, di mantenersi vivo, e consuma tutte le sue energie nella danza macabra dell’Alieno, affrettando la fine nel tentativo di evitarla, e rendendola più penosa – e più gloriosa per il mio torturatore che, lo vedono tutti, ha dovuto lottare strenuamente per aver ragione della sua vittima.

* * *

Eccola, infine. Un’ombra nera vela i miei occhi e i miei pensieri. Anche il mio corpo si è arreso, e un’immonda pace si impadronisce di ogni mia fibra. Sono ricoperto di polvere e schiuma e sangue e terriccio, e nessun festone colorato può mascherare l’obbrobrio che sono diventato; persino qualcuno degli Alieni comincia a trovare lo spettacolo ripugnante. Lorenzo lo sa bene, e mi guarda dritto negli occhi con quella sua gestualità teatrale, come se avesse combattuto fieramente contro un suo pari, e avesse vinto per la sua superiorità. Mi fissa, e capisco che ormai è questione di secondi: presto l’Alieno infilerà la sua lama nel mio cuore affaticato, nel tripudio dei suoi simili; e l’abietto desiderio di morire che ormai pervade ogni lembo del mio corpo verrà esaudito. L’Alieno e i suoi scagnozzi tagliuzzeranno la mia carne sotto lo sguardo festante della folla, accompagnato da urla e dallo strimpellare sguaiato di quella stramaledetta orchestrina.

Clara, oh mia Clara! Cercherò per lo meno di evitare di lasciar spenzolare la lingua dai denti, mentre morirò. Cercherò di mantenere almeno questo briciolo di dignità.

Ma non ti prometto niente.

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